Pubblicato il Maggio 15, 2024

La logistica sostenibile non è un’opzione etica, ma la più potente strategia di ottimizzazione dei costi e di generazione di profitto oggi disponibile per le aziende di trasporto.

  • Interventi mirati come relamping LED, fotovoltaico e pallet pooling offrono ROI misurabili e una drastica riduzione del TCO (Total Cost of Ownership).
  • L’efficienza operativa, ottenuta con la formazione (eco-driving) e la pianificazione, genera risparmi immediati e apre a nuovi flussi di ricavo monetizzabili (es. TEE).

Raccomandazione: Smettete di valutare gli interventi “green” come semplici spese. Analizzate ogni voce di costo logistico attraverso la lente del ciclo di vita per identificare dove l’investimento sostenibile è in realtà una leva finanziaria a rapido rientro.

Per un CFO o un imprenditore, la parola “sostenibilità” è spesso sinonimo di “costo aggiuntivo”. Un lusso, un’imposizione normativa, un’attività di marketing per migliorare l’immagine aziendale, ma raramente una leva di profitto. Si parla di veicoli elettrici, pannelli solari, packaging ecologico, e il primo pensiero corre al CAPEX, all’aumento delle spese operative e a un ritorno sull’investimento (ROI) fumoso e lontano nel tempo. Questo approccio è il più grande abbaglio strategico che un’azienda di logistica possa commettere oggi.

La realtà, dimostrata dai numeri e dalle strategie delle aziende più efficienti, è diametralmente opposta. La sostenibilità, se approcciata non come un obbligo morale ma come una disciplina di ingegneria dei costi, diventa il più potente motore di efficienza operativa. Non si tratta di “essere più buoni”, ma di “essere più intelligenti”. Ogni intervento, dal cambio di una lampadina alla gestione di un pallet, nasconde un’opportunità di tagliare sprechi, ridurre il TCO (Total Cost of Ownership) e, inaspettatamente, creare nuove fonti di ricavo. L’errore non è investire nel green, ma farlo senza una precisa strategia finanziaria.

Questo articolo non vi parlerà di salvare il pianeta. Vi mostrerà, dati alla mano, come salvare il vostro bilancio. Analizzeremo interventi concreti, calcoleremo il loro impatto economico e vi forniremo un metodo per trasformare ogni requisito di sostenibilità in un vantaggio competitivo misurabile. È tempo di smettere di vedere la sostenibilità come un centro di costo e iniziare a gestirla come un centro di profitto. Scoprirete che, nel mondo della logistica moderna, verde è il nuovo colore dell’oro.

Per guidarvi in questa trasformazione di prospettiva, abbiamo strutturato l’analisi in otto punti chiave. Ognuno di essi affronta un aspetto specifico della logistica, dimostrando con dati e strategie come trasformare un presunto costo in un concreto guadagno economico.

Perché il relamping LED e i pannelli solari sul tetto del magazzino offrono un ROI inferiore ai 3 anni?

L’idea che gli investimenti in efficienza energetica richiedano tempi di rientro biblici è un mito da sfatare. Analizziamo due degli interventi più comuni: il relamping LED e l’installazione di impianti fotovoltaici. Il relamping, ovvero la sostituzione dei vecchi sistemi di illuminazione con tecnologia LED, è un’operazione dal ritorno quasi immediato. I LED consumano fino al 90% in meno rispetto alle lampade tradizionali e hanno una durata fino a 20 volte superiore, abbattendo non solo i costi in bolletta ma anche quelli di manutenzione e sostituzione. Per un magazzino logistico, dove le luci restano accese per molte ore, il risparmio è tale che l’investimento si ripaga spesso in meno di 18-24 mesi.

Per quanto riguarda il fotovoltaico, il discorso è ancora più strategico. Un magazzino possiede un asset spesso inutilizzato: il tetto. Trasformarlo in una centrale di produzione energetica è una mossa finanziariamente astuta. Sebbene alcune stime parlino di un payback di 6-8 anni, questo dato non tiene conto delle moderne strategie di ottimizzazione. Grazie a un corretto dimensionamento basato sui profili di consumo, all’integrazione con sistemi di accumulo e all’autoconsumo, è possibile accelerare drasticamente il ROI. Il Direttore Generale di IRENA, Francesco La Camera, ha previsto che entro il 2027 il tempo medio di rientro scenderà sotto i 5 anni, ma con una progettazione mirata, l’obiettivo dei 3 anni è già oggi realistico per molte aziende. Il magazzino non è più solo un costo, ma un asset produttivo che genera energia, riduce la dipendenza dalla rete e aumenta il valore dell’immobile. Un esempio concreto è il Tortona Green Logistics Park in Piemonte, che ha coperto i suoi tetti con 50.000 metri quadrati di pannelli solari, un investimento che testimonia la validità di questa strategia su larga scala.

Il tuo piano d’azione: 5 strategie per massimizzare il ROI del fotovoltaico

  1. Dimensionare l’impianto in base al profilo di consumo aziendale per massimizzare l’autoconsumo (fino al 70%).
  2. Combinare pannelli solari con sistemi di accumulo per sfruttare l’energia anche nelle ore notturne.
  3. Installare colonnine di ricarica per veicoli elettrici alimentate direttamente dall’impianto per abbattere i costi del carburante della flotta.
  4. Aderire a comunità energetiche per vendere l’eccesso di produzione, creando un flusso di ricavo aggiuntivo.
  5. Monitorare costantemente le performance con sistemi IoT per ottimizzare la produzione e intervenire tempestivamente.

Ignorare queste opportunità non significa risparmiare un investimento iniziale, ma scegliere di sostenere costi operativi più alti nel lungo periodo, una decisione finanziariamente insostenibile.

Pallet a perdere o pooling a noleggio: quale sistema riduce i costi totali e i rifiuti?

La gestione dei pallet è una di quelle voci di costo operativo che spesso viene data per scontata. Il modello tradizionale del “pallet a perdere” (one-way) sembra economicamente vantaggioso a un primo sguardo, con un costo per unità apparentemente basso. Tuttavia, un’analisi del Total Cost of Ownership (TCO) rivela una realtà ben diversa. Acquistare pallet significa farsene carico per l’intero ciclo di vita: costo di acquisto, stoccaggio dei pallet vuoti (che occupano spazio prezioso in magazzino), gestione amministrativa, e soprattutto, costo di smaltimento come rifiuto a fine vita. Ogni anello di questa catena rappresenta un costo nascosto che erode i margini.

Il sistema di pooling a noleggio, invece, trasforma questo problema da CAPEX a OPEX ottimizzato. Invece di acquistare i pallet, l’azienda li noleggia per singola movimentazione. Il fornitore del servizio si occupa di tutto il resto: consegna, ritiro dei pallet vuoti, riparazione, sanificazione e re-immissione nel ciclo. Questo approccio circolare non solo elimina quasi del tutto la produzione di rifiuti, ma libera risorse finanziarie e operative. Non ci sono più costi di smaltimento, lo spazio in magazzino viene liberato e la tracciabilità della merce migliora notevolmente grazie a sistemi RFID o IoT spesso integrati nei pallet riutilizzabili.

Schema di un sistema di pallet in pooling con tag RFID per tracciabilità, simbolo di economia circolare.

Come dimostra il confronto, il costo per movimento del pooling è inferiore al costo totale di un pallet a perdere se si includono tutte le spese accessorie. Il pallet riutilizzabile può compiere fino a 120 cicli, un’efficienza irraggiungibile per il monouso. La scelta del pooling non è quindi una decisione “green”, ma una pura ottimizzazione finanziaria che riduce i costi diretti e indiretti.

Questo schema mette a confronto i due modelli, evidenziando come il pooling superi il pallet a perdere su tutti i fronti cruciali per un CFO.

Confronto Economico e Operativo: Pallet a Perdere vs. Pooling
Aspetto Pallet a perdere Pooling a noleggio
Costo iniziale 10-15€/pallet 3-5€/movimento
Gestione rifiuti A carico dell’azienda Gestito dal fornitore
Spazio magazzino 20-30% occupato da vuoti Nessuno spazio richiesto
Tracciabilità Limitata RFID/IoT integrato
Impatto ambientale Alto (monouso) Basso (riutilizzo fino a 120 cicli)

Continuare con il sistema a perdere significa, di fatto, pagare di più per essere meno efficienti e produrre più rifiuti. Una logica che nessun business sano di mente dovrebbe seguire.

Come monetizzare i risparmi energetici ottenuti vendendo i Titoli di Efficienza Energetica (TEE)?

Molti imprenditori si fermano al primo livello del beneficio: l’efficienza energetica riduce i costi in bolletta. Ma c’è un secondo livello, molto più interessante dal punto di vista finanziario: la monetizzazione del risparmio. In Italia, questo avviene principalmente attraverso il meccanismo dei Titoli di Efficienza Energetica (TEE), noti anche come “certificati bianchi”. Ogni volta che la vostra azienda realizza un intervento che genera un risparmio energetico misurabile e certificato (come il relamping LED, l’installazione di motori ad alta efficienza o il miglioramento dell’isolamento), avete diritto a un certo numero di TEE. Un TEE equivale a una tonnellata di petrolio equivalente (TEP) risparmiata.

Questi titoli non sono un semplice attestato, ma un vero e proprio asset finanziario. Possono essere venduti sul mercato gestito dal GME (Gestore dei Mercati Energetici) ai soggetti obbligati per legge a raggiungere determinati obiettivi di efficienza energetica (principalmente grandi distributori di energia e gas). Il prezzo di un TEE varia in base alla domanda e all’offerta, ma rappresenta un flusso di ricavo netto che si aggiunge al risparmio già ottenuto in bolletta. In pratica, l’investimento in efficienza non solo si ripaga da solo più velocemente, ma inizia a generare un profitto attivo. Questo trasforma il vostro dipartimento di manutenzione o il vostro facility manager in un potenziale centro di profitto.

Accedere a questo mercato può sembrare complesso, ma il processo è standardizzato e può essere gestito internamente o, più semplicemente, affidandosi a una ESCo (Energy Service Company) che si occupa di tutta la burocrazia in cambio di una percentuale sui ricavi. Questa è l’essenza dell’ingegneria dei costi verdi: non solo tagliare le spese, ma trasformare le buone pratiche in liquidità.

I passaggi per accedere al mercato dei TEE

  1. Registrare l’azienda e il progetto di efficienza presso il GSE (Gestore Servizi Energetici) per l’accesso al sistema TEE.
  2. Documentare in modo rigoroso tutti gli interventi di efficienza energetica con misurazioni certificate pre e post intervento.
  3. Aggregare più interventi di piccola taglia per superare le soglie minime di risparmio richieste (attualmente 20 TEP/anno).
  4. Collaborare con una ESCo certificata per la gestione burocratica, la presentazione delle pratiche e la vendita dei titoli sul mercato.
  5. Utilizzare i certificati ottenuti e i flussi di cassa futuri come garanzia per ottenere linee di credito “green” a tassi agevolati dalle banche.

Non capitalizzare su questi incentivi significa lasciare soldi sul tavolo, un lusso che nessuna azienda competitiva può permettersi.

L’errore di comprare furgoni elettrici senza aver pianificato l’infrastruttura di ricarica aziendale

La transizione verso una flotta elettrica è una delle decisioni più discusse nella logistica sostenibile. Spinti da incentivi e dalla pressione del mercato, molti si concentrano sull’acquisto dei veicoli, commettendo un errore strategico capitale: sottovalutare l’infrastruttura di ricarica. Comprare un furgone elettrico senza un piano di ricarica è come comprare un computer senza avere accesso all’elettricità. Il veicolo diventa un asset inefficiente, se non addirittura un problema. La tendenza è innegabile: secondo uno studio Repower, in Italia si è registrato un +45,3% per i veicoli commerciali leggeri BEV nel 2023, ma questa crescita deve essere governata con intelligenza.

Un’analisi finanziaria corretta non si basa sul prezzo d’acquisto del furgone (CAPEX), ma sul TCO dell’intero ecosistema. Questo include: il costo dell’energia per la ricarica, i tempi di fermo macchina (un furgone in carica non produce valore), il costo di installazione delle colonnine e l’eventuale potenziamento della fornitura elettrica aziendale. La strategia vincente consiste nel pianificare l’infrastruttura *prima* dell’acquisto dei mezzi. L’ideale è integrare le colonnine di ricarica con un impianto fotovoltaico aziendale. In questo modo, il “carburante” per la flotta diventa l’energia solare autoprodotta a costo quasi zero, abbattendo drasticamente i costi operativi per chilometro. Inoltre, pianificare la ricarica durante le ore notturne o i periodi di inattività, magari con sistemi di gestione intelligente dei carichi, evita costosi picchi di consumo e ottimizza l’operatività della flotta.

L’errore è pensare al veicolo come a un’entità separata. La scelta giusta è progettare un sistema integrato veicolo-ricarica-produzione energetica. Solo così la transizione all’elettrico si trasforma da un’ingente spesa in un potente strumento di riduzione dei costi operativi e di dipendenza dai combustibili fossili, il cui prezzo è notoriamente volatile. L’investimento iniziale nell’infrastruttura è ciò che garantisce la profittabilità a lungo termine dell’intera operazione.

Senza una strategia di ricarica, un furgone elettrico non è un investimento, ma un potenziale collo di bottiglia per tutta la vostra operatività.

Come comunicare i tuoi sforzi green per acquisire clienti disposti a pagare un premium price?

Dopo aver implementato strategie che riducono i costi e generano profitti, l’ultimo passo è trasformare questi risultati in un vantaggio competitivo sul mercato. Molte aziende commettono l’errore di comunicare la sostenibilità con messaggi vaghi e autocelebrativi (“siamo amici dell’ambiente”). Questo approccio, spesso percepito come greenwashing, non convince nessuno, tantomeno i clienti B2B. La chiave è passare da una comunicazione basata sulle intenzioni a una basata sui dati. I vostri sforzi non sono solo “buoni”, sono misurabili. E questa misurabilità è il valore che potete offrire ai vostri clienti.

Invece di dire “usiamo furgoni elettrici”, comunicate: “scegliendo il nostro servizio, le tue spedizioni hanno generato il 30% in meno di CO2”. Anziché vantarvi dei pallet riutilizzabili, fornite un report che attesta: “grazie alla nostra partnership, nel 2024 la tua azienda ha evitato la produzione di X tonnellate di rifiuti legnosi”. Questa è una proposta di valore concreta, specialmente per i grandi committenti che sono a loro volta sotto pressione per migliorare il proprio bilancio di sostenibilità e ridurre le emissioni di Scope 3 (quelle generate dalla loro catena di fornitura, di cui voi siete parte).

Una dashboard interattiva mostra a un cliente il monitoraggio in tempo reale delle emissioni di CO2 risparmiate.

Fornire ai clienti una dashboard personalizzata o report periodici che quantificano l’impatto positivo delle loro scelte logistiche vi posiziona non più come un semplice fornitore, ma come un partner strategico per il raggiungimento dei loro obiettivi ESG (Environmental, Social, and Governance). Questo servizio a valore aggiunto giustifica un premium price. I clienti non pagano di più perché siete “green”, ma perché offrite loro dati certificati e tracciabili che possono usare nei loro bilanci di sostenibilità, per migliorare il loro rating e per comunicare a loro volta con i loro stakeholder. La sostenibilità diventa così un prodotto, un servizio misurabile che ha un valore di mercato tangibile.

Smettete di parlare di quanto siete bravi e iniziate a dimostrare con i numeri quanto valore state portando ai vostri clienti. È questo che vi permetterà di uscire dalla guerra dei prezzi.

Come formare i tuoi autisti all’eco-driving per ridurre i consumi reali del 12% in 3 mesi?

Mentre gli investimenti in tecnologia come i veicoli elettrici hanno un impatto a lungo termine, esiste una leva potentissima e a basso costo per ottenere risparmi immediati: il fattore umano. Lo stile di guida degli autisti ha un impatto diretto e significativo sul consumo di carburante. L’eco-driving non è una moda, ma una disciplina basata su tecniche precise (guida anticipativa, uso corretto del cambio e del cruise control, gestione delle accelerazioni e decelerazioni) che ottimizzano l’efficienza del veicolo. I risultati sono sorprendenti: programmi di formazione ben strutturati possono portare a un’ottimizzazione dei consumi fino al 12%. Per una flotta di medie dimensioni, questo si traduce in decine di migliaia di euro di risparmio netto all’anno.

L’investimento in formazione ha un ROI tra i più alti in assoluto nel settore logistico. Ma come si implementa un programma efficace? Non basta un corso teorico una tantum. La chiave è un approccio strutturato che combini teoria, pratica e, soprattutto, incentivazione. Un programma trimestrale può essere articolato per fasi: una prima fase di formazione in aula e con simulatori, una seconda fase di monitoraggio sul campo tramite la telematica di bordo (già presente su molti mezzi moderni) per raccogliere dati sui consumi, e una terza fase di feedback continuo e gamification. Creare classifiche mensili, premiare gli autisti più “virtuosi” con bonus economici legati al risparmio di carburante effettivamente generato, trasforma un obbligo in una sfida competitiva e gratificante.

Questa strategia ha un doppio vantaggio: oltre al risparmio economico diretto, riduce l’usura dei veicoli (minori costi di manutenzione per freni e pneumatici) e migliora la sicurezza stradale. Formare i propri autisti all’eco-driving è una delle decisioni finanziariamente più astute che un’azienda di trasporti possa prendere: basso investimento, alto rendimento immediato e benefici operativi multipli.

Programma di formazione eco-driving in 3 mesi

  1. Mese 1: Formazione teorica sulle tecniche di guida anticipativa, uso ottimale del cambio e mantenimento della velocità costante.
  2. Mese 2: Sessioni pratiche con simulatori di guida e avvio del monitoraggio telematico dei consumi individuali su strada.
  3. Mese 3: Introduzione di un sistema di gamification con classifiche mensili e premi per i driver con le migliori performance di risparmio.
  4. Implementazione di un controllo settimanale obbligatorio della pressione degli pneumatici, che da solo può ridurre i consumi fino al 4%.
  5. Definizione di bonus economici direttamente legati alla percentuale di risparmio di carburante ottenuta rispetto alla media aziendale.

Investire sui propri autisti non è un costo del personale, ma un investimento diretto sulla riduzione dei costi operativi.

Come calcolare le emissioni di CO2 per spedizione in modo certificato da presentare al cliente?

Per poter comunicare i propri risultati e giustificare un premium price, come visto in precedenza, non basta affermare di essere “sostenibili”. È necessario quantificare e certificare. Il calcolo delle emissioni di CO2 per spedizione è il pilastro su cui si fonda una strategia di logistica green credibile e monetizzabile. Affermazioni generiche non hanno alcun valore; ciò che i grandi committenti richiedono sono dati precisi, calcolati secondo standard riconosciuti a livello internazionale. Questo processo trasforma un’impalpabile “impronta di carbonio” in un KPI (Key Performance Indicator) misurabile, tracciabile e confrontabile.

Esistono diversi standard e protocolli per il calcolo delle emissioni nel settore dei trasporti. La scelta dipende dal mercato di riferimento e dal livello di dettaglio richiesto. Tra i più importanti figurano il GLEC Framework, uno standard globale specifico per la logistica, e le norme ISO 14083 ed EN 16258, che forniscono metodologie standardizzate per il reporting delle emissioni di gas serra. Il GHG Protocol rimane una riferimento globale per la contabilità aziendale delle emissioni, suddivise in Scope 1, 2 e 3. Adottare uno di questi framework non è solo un esercizio di conformità, ma un passo fondamentale per dotarsi di un linguaggio comune e credibile da usare con i propri clienti e stakeholder.

Il calcolo richiede la raccolta di dati puntuali: tipo di veicolo, carburante utilizzato, chilometri percorsi, peso della merce, tasso di utilizzo del veicolo e altri fattori. Sebbene possa sembrare complesso, oggi esistono numerosi software e piattaforme specializzate che automatizzano questo processo, integrandosi con i sistemi telematici e gestionali dell’azienda. L’investimento in un sistema di calcolo certificato è il presupposto per poter offrire quel servizio a valore aggiunto di cui parlavamo: reportistica ambientale per i clienti. In Italia, iniziative come il progetto pilota di GS1 Italy con attori del calibro di Conad e Stef dimostrano che la misurazione delle emissioni di filiera è una priorità strategica per tutta l’industria.

Ecco una sintesi dei principali standard a cui un’azienda di logistica può fare riferimento, secondo le linee guida fornite da enti come ISPRA, che promuove la mobilità sostenibile in Italia.

Principali Standard di Calcolo delle Emissioni nel Trasporto
Standard Ambito Riconoscimento Natura
GLEC Framework Globale (Logistica) Smart Freight Centre Volontario (best practice)
ISO 14083 Internazionale ISO Volontario
EN 16258 Europa CEN Riferimento metodologico
GHG Protocol Globale (Corporate) WRI/WBCSD Volontario (standard de facto)

Senza dati certificati, ogni affermazione sulla sostenibilità è solo marketing. Con dati certificati, diventa un potente strumento di business.

Da ricordare

  • Gli investimenti in asset “green” (fotovoltaico, LED) non sono costi, ma investimenti produttivi con ROI rapidi se ingegnerizzati correttamente.
  • L’ottimizzazione dei processi (pallet pooling, eco-driving) permette di tagliare drasticamente il TCO e i costi operativi (OPEX) con investimenti minimi.
  • L’efficienza genera valore due volte: prima attraverso il risparmio e poi attraverso la monetizzazione (TEE, premium price), trasformando la sostenibilità in un centro di profitto.

Come ridurre l’impronta di carbonio della tua flotta per soddisfare le richieste dei grandi committenti?

Tutti gli interventi di cui abbiamo parlato – dall’efficienza energetica dei magazzini alla formazione degli autisti, dalla scelta dei pallet al calcolo delle emissioni – convergono verso un unico obiettivo strategico: costruire un’offerta logistica a basso impatto di carbonio. Perché questo è cruciale? Perché non è più una scelta, ma un requisito fondamentale per lavorare con i grandi committenti. Aziende multinazionali e grandi gruppi industriali, spinti da normative, investitori e consumatori, stanno scaricando sulla loro catena di fornitura (Scope 3) l’onere della decarbonizzazione. Per loro, scegliere un fornitore logistico non è più solo una questione di prezzo e affidabilità, ma anche di impatto ambientale. Un’azienda di trasporti con un’alta impronta di carbonio è diventata un rischio di business per i propri clienti.

In un settore che, come riportato dai dati del settore logistico nazionale, vale il 9% del PIL italiano, non riuscire a soddisfare questi requisiti significa auto-escludersi da una fetta enorme e crescente del mercato. Ridurre l’impronta di carbonio della propria flotta e delle proprie operazioni non è più un “nice to have”, ma una condizione necessaria per accedere e vincere le gare d’appalto più importanti. I grandi player lo hanno capito da tempo: Ferrovie dello Stato, ad esempio, ha messo in campo un piano industriale decennale con circa 3 miliardi di euro di investimenti dedicati a 386 progetti di sostenibilità per allinearsi agli obiettivi dell’Agenda 2030.

La strategia di riduzione dell’impronta di carbonio diventa quindi il riassunto di tutte le azioni di efficienza. È un portafoglio di interventi che include il passaggio a veicoli a basse emissioni (non solo elettrici, ma anche biometano o HVO), l’ottimizzazione delle rotte con software avanzati, l’aumento del load factor per ridurre i viaggi a vuoto e l’intermodalità (treno-gomma). Ognuna di queste azioni, oltre a ridurre le emissioni, genera un risparmio operativo. La sostenibilità diventa così il motore di un circolo virtuoso: investo per essere più efficiente, l’efficienza riduce i miei costi, la riduzione dei costi e delle emissioni mi rende più competitivo e mi fa acquisire clienti migliori, che a loro volta giustificano ulteriori investimenti in efficienza. Questo non è idealismo, è pura strategia di business.

Il tuo piano d’azione per la strategia di decarbonizzazione

  1. Audit delle Emissioni: Utilizza uno standard come ISO 14083 per mappare le tue emissioni attuali (Scope 1 e 2) e identificare le fonti principali.
  2. Definizione degli Obiettivi: Stabilisci obiettivi di riduzione chiari e misurabili (es. -20% di emissioni per tonnellata-km entro 3 anni).
  3. Portafoglio di Interventi: Seleziona un mix di soluzioni basate sul ROI: quick-wins (eco-driving), investimenti a medio termine (fotovoltaico) e strategici (rinnovo flotta).
  4. Monitoraggio e Reporting: Implementa un sistema per tracciare i progressi rispetto agli obiettivi e preparare report chiari da presentare ai committenti.
  5. Integrazione nel Business: Includi i KPI di sostenibilità nei processi di gara, nella valutazione dei fornitori e negli obiettivi di performance del management.

Per consolidare la tua posizione sul mercato, è cruciale capire come integrare la decarbonizzazione in una strategia di business complessiva.

Oggi, la logistica più sostenibile non è solo la più “verde”, ma anche la più resiliente, efficiente e, in definitiva, profittevole. Per mettere in pratica questi consigli, il passo successivo è condurre un audit energetico e operativo della vostra azienda per identificare le aree a più alto potenziale di risparmio.

Domande frequenti su come rendere profittevole la logistica green

Quali sono i principali incentivi per la logistica sostenibile in Italia?

Oltre ai Titoli di Efficienza Energetica (TEE), esistono diversi incentivi. Per il fotovoltaico, ci sono meccanismi come lo Scambio sul Posto o il Ritiro Dedicato per l’energia immessa in rete, e l’accesso alle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER). Per l’acquisto di veicoli commerciali a basse emissioni, vengono periodicamente attivati bonus e contributi statali. È fondamentale monitorare i bandi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) e le misure regionali.

Il pooling di pallet è adatto a tutte le aziende?

Il pooling è particolarmente vantaggioso per aziende con flussi di merce regolari e volumi significativi, specialmente nella Grande Distribuzione Organizzata (GDO), nel settore del beverage e del farmaceutico. Per flussi molto piccoli o sporadici, il costo per movimento potrebbe non essere competitivo rispetto all’acquisto di pallet usati. Tuttavia, la maggior parte delle aziende logistiche trae un beneficio netto dall’eliminazione dei costi di gestione e smaltimento dei pallet a perdere.

È difficile implementare un sistema di calcolo delle emissioni di CO2?

L’implementazione iniziale richiede un certo sforzo per la raccolta dati (consumi, distanze, fattori di carico, etc.). Tuttavia, oggi esistono molte soluzioni software (anche in modalità SaaS – Software as a Service) che si integrano con i sistemi gestionali e telematici esistenti (FMS), automatizzando gran parte del processo. L’investimento si ripaga rapidamente grazie alla possibilità di offrire reportistica a valore aggiunto ai clienti e di ottimizzare le proprie operation sulla base di dati precisi.

Scritto da Laura Bianchi, Supply Chain Manager focalizzata su strategia di approvvigionamento e gestione del rischio. Esperta nel ridisegnare reti distributive resilienti e nel coordinamento tra acquisti, produzione e logistica.